lunedì, giugno 09, 2008

Umberto Guidoni - Aggiornamento sul nucleare

Dalla mailing list di Aprileonline.info


L'intervento di Umberto Guidoni*


Il governo Berlusconi, in coincidenza con l'incidente di Krsko, rilancia l'energia atomica spacciandola per una esigenza europea di abbattimento dei costi. Niente di più falso. A dimostrarlo i numeri nettamente a favore delle rinnovabili, oltre al percorso basato sulla regola dei tre "20" partorito da Bruxelles



Nel tardo pomeriggio del 4 giugno la Commissione europea ha segnalato un incidente alla centrale nucleare di Krsko, situata nel sud-ovest della Slovenia a 130 chilometri da Trieste e di aver attivato lo stato di allerta lanciato in rete dal sistema ECURIE (sistema comunitario per uno scambio rapido di informazioni in caso di emergenza per fuga di radiazioni). Pochi minuti dopo, le autorità slovene hanno assicurato di aver spento il reattore, pur permanendo uno stato di allerta. Secondo quanto riferito si sarebbe verificata una perdita di liquido dal sistema di raffreddamento principale della centrale nucleare. Un incidente che avrebbe potuto avere gravi ripercussioni per le popolazioni che vi risiedono e per l'ambiente circostante.

Molte organizzazioni ambientaliste avevano messo in guardia da tempo le autorità europee, italiane e slovene sui pericoli e sui rischi che la centrale nucleare di Krsko poteva rappresentare per la sicurezza dell'Italia settentrionale, dell'Austria meridionale (Carinzia), della Slovenia e della Croazia. La centrale ha in funzione un reattore Westinghouse da 632 Mw che, fin dall'inizio dell'attività (iniziata nel 1983 con 5 anni di ritardo a causa di diversi inconvenienti tecnici), ha manifestato numerosi problemi. Nel 1993, fu nominata una commissione internazionale per verificare gli standard di sicurezza della centrale. Il lavoro della commissione si concluse con 74 raccomandazioni relative ai cambiamenti tecnici e procedurali necessari per adeguare gli impianti alle normative UE.

Questo incidente, al momento senza conseguenze, avviene proprio quando il governo Berlusconi rilancia, per bocca del ministro Scajola, il tema del nucleare nel nostro paese. Il ministro stesso ha dichiarato che "indietro non si torna", facendo intendere che la decisione di costruire impianti nucleari in Italia non si discute.

E' un ulteriore tassello di una politica "muscolare" di un governo che vuole accreditarsi come "decisionista", capace cioè di agire in fretta, utilizzando provvedimenti che spesso sono in conflitto con la legislazione italiana ed europea e contro la volontà dei cittadini: è il caso del decreto sull'immigrazione clandestina o di quello sui rifiuti. In questo clima - in cui il governo ha introdotto, tra l'altro, il segreto militare sugli impianti energetici - il tema della trasparenza e dei controlli nel settore delicatissimo come quello della salute e della sicurezza dei cittadini, diventa un tema politico di grande attualità.

Ma ci sono ragioni obiettive per tornare al nucleare in Italia? Scajola dice che lo chiede l'Europa e che l'alto prezzo della bolletta energetica, che costa circa 60 miliardi di euro l'anno, è la conseguenza dell'uscita dell'Italia dal nucleare, a seguito del referendum del 1987. In entrambi i casi si tratta di affermazioni senza fondamento che vengono utilizzate come slogan di una battaglia tutta ideologica.

Non solo l'Europa non ci chiede il nucleare ma anzi punta su un percorso virtuoso basato sulla regola dei tre "20". Un anno fa, il Consiglio Europeo ha definitivamente approvato un piano di azione per il dopo Kyoto che prevede, entro il 2020, di ridurre le emissioni di gas serra (-20%), agendo su efficienza energetica (+20%) e su un incremento delle fonti rinnovabili (+20%).

Di fronte a queste grandi sfide, la situazione in Italia è preoccupante: invece di ridurre le nostre emissioni del 6,5%, le stiamo aumentando di oltre il 15%. Per le sole penalità, dovute ai ritardi di applicazione degli accordi di Kyoto, lo Stato italiano dovrà pagare circa 13 miliardi. Su questi temi il governo italiano dovrebbe dare risposte concrete all'Europa.

Sul secondo punto c'è bisogno di uscire dagli slogan e fare chiarezza: elettricità non è sinonimo di energia. La produzione elettrica è una parte modesta della produzione totale di energia, in Europa costituisce solo il 6% dei consumi finali. La gran parte dell'energia viene utilizzata nei trasporti, nel riscaldamento e per la produzione industriale; tutte aree dove l'energia atomica non può rimpiazzare il petrolio. Il dibattito nucleare si restringe, dunque, ad un'area specifica - la produzione elettrica - che rappresenta una frazione minima del problema energetico.

Anche se il nucleare fosse in grado di fornire energia a costi competitivi - cosa tutta da dimostrare di fronte alla scarsità di uranio arricchito e al conseguente aumento dei prezzi - questo presunto risparmio potrà, al massimo, valere per il 5-6% della spesa totale (3-4 miliardi) ed i benefici si vedranno non prima di 10 anni, quando le centrali saranno operative. Intanto, per realizzare gli impianti si dovrebbero investire 4-5 miliardi per ogni gigawatt di energia prodotta con il nucleare. A proposito dei costi del nucleare, i cittadini italiani dovrebbero sapere che, a 20 anni di distanza dalla chiusura, stiamo ancora pagando il costo dello smantellamento degli impianti nucleari (componente A2 nella bolletta ENEL).

Per avere energia "a costi competitivi" è meglio utilizzare la ricetta europea. Ipotizzando un aumento di risparmio energetico e di rinnovabili di circa il 2% per anno, si guadagnerebbero circa 2 miliardi all'anno, arrivando a dimezzare la nostra bolletta energetica entro il 2020.

*Europarlamentare

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